Elena Strada
fondo mostre

CLAUDIO RIZZI

Nel mondo del cinema , la sceneggiatura di un film è preceduta dal “trattamento”, sintesi compatta e immaginifica che delinea scene, azioni e svolgimento.
Nella pittura di Elena Strada il trattamento equivale al concerto dei suoi titoli.
Una poetica intrinseca all'opera, non collaterale ma intima, dichiarazione di verità e primo gesto di colloquio.
L'insieme letterario che inquadra i suoi dipinti è suggestiva stesura di percorsi emotivi, assenza narrativa ma invito alla condivisione di sensazioni e sentimenti.
E tutto avviene nell'equilibrio di un filo teso tra astrazione e concretezza dell'istante.
La parola vibra nell'integrità e dall'essenza apre orizzonti di lettura. Risuona come illuminazione nel silenzio, indica un ambito definito eppure concede immensi spazi di autonomia.
Che sia preludio o volo conclusivo, comunque accompagna l'osservatore nel viaggio, dall'origine alla meta, tra evocazioni di immagini e stati d'animo.
E' uno strumento d'accoglienza e da lì inizia il dialogo della pittura.
Una dissertazione di percezioni e segni che, velandosi nella sedimentazione dell'incedere e celando la definizione del racconto, determinano la confessione del processo emotivo.
Era una cosa, una realtà, un attimo del vero, poi tutto si è tradotto nel moto dell'animo che non ha dettaglio ma sussulto o sussurro e sgorga improvviso per dialogare e avvolgere.
Allora l'immagine si comprime, si scompone, emana di sé il senso e la sintesi allontanandosi dalla scena.
Rimane l'equilibrio del primo avvistamento: la linea di demarcazione di un paesaggio, il corpo di una figura, la profondità prospettica della visione.
Si riconoscono il taglio della lontananza e il filo dell'orizzonte, quasi contesto temporale o naturalistico del momento in primo piano.
La vicenda reale, l'elemento che ha generato l'emozione, persiste nel proprio ambito ma si tramuta nelle voci del sentimento.
Il colloquio di Elena Strada è espressione spontanea, naturalezza manifesta nella tensione alla parola e alla partecipazione interiore.
La visione appare quasi rivelazione inattesa e accende sensazioni. Sono pagine di vita, metafore di stati d'animo di generale appartenenza, eppure solo l'elevazione a poesia li rende leggibili, quasi sottolineatura d'importanza affinchè non trascorrano, nell'apatia del luogo comune.
Come dire che Elena Strada, di fronte alle semplici cose del quotidiano, nella natura del divenire, scorge un fremito del tempo e del luogo, avverte uno stupore intimo, quasi fiabesco o incontaminato e li traduce nella testimonianza oltre la singolarità, fuori dalla solitudine, scrivendo uno spartito aperto alla coralità.
E tutto si rifrange nello specchio del privato , risuona in eco vitale, in rimandi sentiti.
A un fotogramma d'inverno risponde uno zoom dell'anima . “Un fragile riparo”si offre a una figura precaria. “Un imminente volo” si preannuncia”sull'orizzonte sospeso”. Un “colpo di vento” forse ha aperto “lo spazio azzurro”. Brani di profondo possesso ma capitoli di vissuto plurale a delineare comuni denominatori di affinità.
Sono trascorsi due secoli da quando il pensiero filosofico ha suggerito di porre l'uomo qualunque al centro della scena, ovvero dell'azione culturale, sociale e politica.
Due secoli di accelerazione inaudita se posti a confronto con l'incedere di Storia e Preistoria. Per i popoli definiti evoluti il progresso ha segnato il passaggio da sudditi a cittadini, la lenta seppur ancora precaria affermazione della dignità, la tensione alla libertà. 
 L'evoluzione dell'arte ha segnato il percorso dalla raffigurazione celebrativa all'espressione di interiorità. Dall'agiografia e apologia, il sacro e il potere, si è transitati alla considerazione dell'individuo e ai caratteri della persona, per approdare poi all'affermazione soggettiva, razionalità , poetica e sogno.
Così l'arte moderna e poi la contemporaneità hanno abbandonato la retorica del monito, la metafora didattica, il dettato di imposizione canonica, per esprimere semplicemente anima e pensiero.
Il risultato ha prodotto lo sconcerto anche del grande pubblico, che ancora oggi si sente orfano del racconto, della riconoscibilità, dell'apparente padronanza. Ma ha conferito all'artista il diritto all'indipendenza.
Tra gli ottimi interpreti di questa mutazione radicale, si pone anche Elena Strada, che si distingue nell'ultimo decennio del secolo scorso e si conferma nelle temperie del primo arco del nuovo. E ribadisce continuità e coerenza con linearità esente da chimere, tentazioni e divagazioni.
Le sirene dell'ultimo Novecento fomentavano l'ansia di novità, mentre i presunti artefici del terzo millennio, enfatizzato a dismisura, surgelavano valori puri per esibire invece effimeri rimpasti di scontatezza già nota.
Elena Strada ha proseguito senza sbandamenti in entrambe le epoche, ha concluso il suo novecento fedele alla propria formazione e ha iniziato il duemila forte della propria personalità.
Pittura, tecnica, equilibrio nel gesto, metodo e materia come strumenti espressivi per dichiarare l'emozione.
 La tradizione si è perpetrata in lei attraverso segno e colore, struttura compositiva e volumi, campiture e prospettive. Si è tradotta nel piacere intimo del dipingere, sedimentazione della stesura, scomposizione dell'immagine, velatura dei colori e del soggetto.
Tuttavia, se gli strumenti appartengono al lungo corso dell'arte, la libertà emotiva, l'anarchia del linguaggio e la singolarità del colloquio sono voci autorevoli del nostro tempo, autentiche testimoni dell'autonomia dell'arte.
Elena Strada ha mostrato questa tempra dai primi anni '90, non ancora trentenne, l'ha corroborata nella costanza e alimentata con limpida acutezza.
In cambio, nonostante l'astrazione dal narrativo e l'assenza di riconoscibilità d'immagine, ha riscontrato consenso di lettura e  partecipazione evocativa.
Eccezione o caso raro, che avvalora la sensibilità comune e premia la musicalità di una danza sulle ali della suggestione.

( Presentazione del catalogo “Elena Strada  Premio Maccagno 2012”  2013 )